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Arrampicate speciali al Palabraccini con Anna Herd Smith

Elena Bottari ottobre 26, 2016

Arrampicare può dare una certa vertigine ma anche la consapevolezza che in due si possono scalare le montagne. Andare su è importante come stare giù a fare sicurezza. Non c’è ascensione senza i piedi del proprio partner ben piantati a terra .

Arrampicare è per tutti, lo dimostra Anna senza tanti giri di parole, nel suo modo diretto e incoraggiante di comunicare con i bambini, anche con quelli che rientrano in quella nuvola spesso fraintesa che risponde alla definizione “spettro autistico”. Siamo felici di intervistare Anna Herd Smith che è istruttrice al Palabraccini e studia psicomotricità al CFP spazio psicomotorio.

Ciao Anna! Ci parli del tuo amore per l’arrampicata? Come riesci ad insegnare anche ai bambini con bisogni speciali una disciplina di grande concentrazione e di totale fiducia verso il prossimo?

L’arrampicata è parte della mia vita da dodici anni, un filo conduttore che mi ha portato a viaggiare e vivere sognando pareti e rincorrendo le emozioni che questa splendida disciplina regala. Insegnare arrampicata non è quindi mero lavoro d’ufficio, ma è sempre un cercare di comprendere le emozioni e le sensazioni che la persona che ho di fronte sta vivendo, cercando di condividerle per guadagnarne la fiducia. Credo parta tutto da lì, non importa se si tratti di adulti, bambini o persone con bisogni speciali: l’arrampicata è fiducia, verso il compagno, verso il materiale, verso l’istruttore. Non credo nell’insegnamento direttivo, ma cerco di instaurare un legame con le persone, cercando di far venir fuori da ognuno quella parte istintiva che portiamo dentro. È dall’istinto, dalla percezione del proprio corpo e dalla sempre maggior consapevolezza di ciò che si muovono i primi passi sulla parete verticale. La concentrazione che l’arrampicata richiede è proprio il punto cardine che mi ha spinto a proporla anche ai bambini speciali che si ritrovano così “costretti” ad agire e rispondere nel breve termine a quesiti pratici quali «Come faccio a raggiungere quella presa? Come supero questo passaggio?». La verticalità, la necessità e l’istinto di salire per non cadere sono di per sé fautori di un innalzamento della soglia di attenzione e del vivere la situazione qui ed ora, punti questi che credo fondamentali per un miglioramento, senza che questo avvenga con un approccio appunto direttivo.

Prima di iniziare l’approccio alla parete cerchi di entrare in sintonia con i bambini o tutto avviene cammin facendo, con esperienze graduali?

Ogni persona è diversa e di questa diversità cerco di tener conto sempre. La prima cosa che cerco quando interagisco coi bambini (così come con gli adulti), è la fiducia. Credo sia fondamentale instaurare un rapporto di fiducia che li contenga e rassicuri in una dinamica verticale che è fonte di forti emozioni. La sintonia e l’empatia sono altri due elementi fondamentali che in parte cerco fin da subito e in parte si sviluppano e si rafforzano proprio durante l’arrampicata stessa. Credo la cosa più bella, che continua ad emozionarmi ogni volta, sia proprio vedere il legame che si crea, la comunicazione verbale e non verbale che si instaura coi bambini, la fiducia che maturano e che consente loro di mettersi in gioco e liberarsi via via da quei blocchi, mentali e fisici, per raggiungere la presa successiva. A volte basta una parola, una strategia che attiri l’attenzione e sposti il focus dalla paura e dall’inibizione e vedi i bambini trasformarsi in piccoli ragnetti intenti solo ad arrampicare, pienamente padroni di se stessi e del proprio corpo: è un’emozione difficile da spiegare.

L’apertura all’insegnamento a bambini “diversamente etichettati” è stata una tua idea o avete risposto all’interessamento dei genitori, delle bambine e dei bambini?

Entrambe. L’arrampicata con questi bambini è già presente in altre realtà, sia a livello nazionale che internazionale. Io ho sempre vissuto l’arrampicata a livello empatico più che prestativo, non interessandomi all’aspetto puramente sportivo e agonistico, ma prediligendo piuttosto tutta la componente mentale che l’arrampicata comporta. Per questo ho deciso di imbarcarmi in questa esperienza, convinta che questa disciplina potesse essere molto utile per sviluppare sia aspetti psichici che motori in questi ragazzi. Ho proposto questa idea ai genitori di alcuni bambini che ho incontrato casualmente. Da quelle prime esperienze è stata una catena di passaparola che ha preso sempre più campo. Iniziata quindi quasi per caso, questa attività sta prendendo sempre più piede. A latere di ciò, come sempre succede quando si scopre un nuovo universo, mi sono ritrovata di fronte a genitori arrivati al Centro Arrampicata Torino che chiedevano se fosse possibile far arrampicare i propri figli “diversamente etichettati” e da lì sono partite nuove esperienze che mi stanno regalando davvero tanto.

Nella tua esperienza, che evoluzione hai osservato nell’atteggiamento dei bambini e in che aspetti ti sembra che l’arrampicata li faccia divertire e li aiuti?

Le dinamiche che un bambino vive sulla parete sono molteplici e vanno dall’affrontare la paura dell’altezza e del vuoto, alla fiducia sia verso le persone che lo assicurano che verso il materiale, oltre a una forte implicazione motoria imprescindibile da un incremento della soglia di attenzione necessaria per progredire in ambiente verticale e rimanere attaccati alle pareti. Arrampicare significa inoltre far parte di una cordata, quindi di un team dove si hanno delle responsabilità non solo verso di sé, ma anche verso gli altri e questo permette ai ragazzi di interagire e sviluppare capacità relazionali. Oltre a ciò nell’arrampicata è intrinseco l’aspetto motivazionale: darsi un obiettivo, raggiungere una determinata presa colorata o la vetta, e riuscirci sono fonte di gratificazione, fondamentale per aumentare l’autostima e la fiducia in sé. Tutto ciò permette di mettersi più in gioco, osare, sfidare, sfidarsi, in un contesto che è comunque di gioco e divertimento, ma che ha delle forte implicazioni psichiche.
La cosa affascinante dell’arrampicata è che per ognuno agisce secondo le proprie necessità e la propria indole, quindi anche i risultati sono diversi e molteplici. Per qualcuno sarà superare la paura del vuoto, per altri aumentare la soglia di attenzione, per altri ancora migliora aspetti motori. Quello che posso affermare è che in ogni bambino con cui ho avuto a che fare ho notato dei forti miglioramenti, sia a breve che a lungo termine.

Che riscontri hai avuto dai genitori?

Bellissimi. Ho sempre incontrato genitori entusiasti all’idea che i propri figli scalassero vette e raggiungessero altezze che a loro stessi davano vertigine. Genitori disponibili, che hanno creduto fortemente nel mio progetto e mi hanno dato completa fiducia. Questo mi è stato di forte sostegno e sapere che i genitori credevano con me in questa attività mi ha dato una spinta in più per continuare, per credere in un progetto sviluppatosi da un’idea che a suo tempo mi sembrava un mero sogno e che invece sta prendendo sempre più vita.

Palabraccini, parete

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Elena Bottari

Fondatrice di Psicomamme.it e giornalista pubblicista, mi interesso di psicologia e temi sociali. La creatività e le storie sono la mia passione. Mi piace scrivere di progetti interessanti che spaziano dall'editoria al teatro. Dopo la laurea in lingue e un master in comunicazione e tecnologie multimediali del Corep, ho lavorato dieci anni in un ufficio stampa. Ho due figli, troppi computer e una dolce metà alacremente impegnata a curare i siti della concorrenza.

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