Dì la verità anche se la tua voce trema

Dì la verità anche se la tua voce trema di Daphne Caruana Galizia

Daphne Caruana Galizia era una donna colta che parlava inglese e maltese da madrelingua, era un’archeologa, era la giornalista maltese più seguita in patria e all’estero. I suoi articoli andavano dritti al punto e accompagnavano i lettori lungo le inchieste fatte, sul filo di una logica impeccabile, sul filo del diritto. I punti cardinali di ogni suo articolo erano i principi democratici, le sue armi erano la tenacia e la perseveranza anche di fronte alle cause intentate contro di lei.

Le campagne denigratorie montate per screditarla agli occhi del pubblico non erano riuscite a fermarla. Per impedirle di indagare e di scrivere ancora Daphne è stata uccisa con 400 grammi di tritolo. Gli inquirenti hanno derubricato il suo caso a reato di criminali sbandati, i mandanti dell’assassinio non sono ancora stati identificati ed è nostro dovere chiedere che vengano condotte indagini serie.

Il lavoro di Daphne colpisce per la durata quasi trentennale del suo impegno, per la vastità geografica coperta dalle sue inchieste (il mondo globalizzato della finanza che collega Malta a tutto il mondo), per la varietà degli argomenti trattati e per la competenza psicologica che emerge dalle sue analisi dei comportamenti collettivi e dei meccanismi su cui si fonda la propaganda.

No, il signor Lowell non verrà eletto; arrivati al dunque, prenderà probabilmente pochi voti. Tuttavia, per quanto possa essere insignificante in termini numerici, il sostegno riscosso dalla sua versione di razzismo e fascismo risulta significativo sotto altri aspetti: ci ricorda chiaramente che, in tempi di incertezza sociale e politica e di insicurezza economica, se un uomo si presenta proclamando la certezza del fascismo  e dell’autoritarismo e propone il ritorno a un’età dell’oro, che in realtà non è mai esistita, come suo modello per il futuro, se si appella ai nostri istinti più profondi, allora quell’uomo troverà un pubblico.

La protodemocrazia maltese, come la definiva Daphne, uscita da un periodo di profondo isolamento e di controllo totale da parte della chiesa prima e dello Stato poi, viveva tra il campanilismo dei cittadini spesso disinteressati alla cosa pubblica e i gravi fatti di corruzione che hanno coinvolto dittature come l’Azerbaijan e paradisi fiscali come Saint Kitts e Nevis. Procedimenti opachi nel settore energetico e in quello sanitario, riciclaggio, vendita di cittadinanze maltesi, riduzione in schiavitù di cittadini cinesi, vietnamiti e nord coreani in un’azienda di proprietà cinese sul suolo maltese sono solo alcuni dei temi trattati da Daphne durante il suo lavoro che non trascurava mai gli aspetti umanitari, come la questione femminile che lei sentiva con particolare coinvolgimento e che aveva denunciato anche quando la polizia che le stava sempre alle calcagna non era invece intervenuta per salvare una sua vicina di casa vittima di maltrattamenti, assassinata dal marito.

Ecco forse l’esempio più grave di quanto sia debole la democrazia a Malta. Coloro che desiderano acquisire il controllo – e il potere che ne deriva, perché controllare l’elettricità di una nazione insulare è forse, davvero, il potere supremo, per tacere della quantità di denaro non quantificabile sotto forma di quella che è di fatto una licenza per stampare denaro – sono riusciti a destabilizzare sistematicamente un governo e a farlo cadere, installando al suo posto un altro governo pronto a mercanteggiare in cambio di un aiuto per raggiungere il potere.
Questa è materia da repubblica delle banane, in cui la democrazia è debole o inesistente. Immagino che gli investitori alla base del progetto – i partner non maltesi, cioè – a Malta siano abituati a trattare con il partito laburista secondo una variante di quegli stessi metodi cui sono abituati a ricorrere quando hanno a che fare con le amministrazioni degli stati africani o di alcuni stati sudamericani.

Mentre gran parte del popolo maltese non vedeva oltre il proprio familismo amorale e oltre il nazionalismo razzista delle nuove destre, Daphne scavava tra i dati di Panama Papers. Da qui partono filoni di indagine che condurranno molto lontano. Da qui prendono forma le ipotesi di appalti truccati per la privatizzazione della sanità maltese e per la costruzione di un ospedale che verrà realizzato con materiali scadenti “grazie” alla partecipazione di un personaggio connesso con la camorra. Il mondo è proprio piccolo, viene da pensare leggendo Dì la verità anche se la voce trema, il primo volume della nuova collana Munizioni di Bompiani.

Daphne indagava supportata dalle sue fonti e scriveva sulla base di prove documentali. Tutto ciò che pubblicava era fondato su evidenze. Quando esprimeva una sua conclusione personale la identificava come tale e argomentava per spiegare ai lettori come ci fosse arrivata. Era tuttavia costretta a difendersi in tribunale e per strada da concittadini che la accusavano di infangare il buon nome di Malta e che la chiamavano strega.

I protagonisti di questa raccolta di articoli sono politici, banchieri, prestanome, truffatori, trafficanti, poliziotti, avvocati, consulenti e vittime del capitalismo più sfrenato. Le trame che il libro insegue attraversano tutti i continenti dalla Corea del Nord a New York, da Londra a Dubai, dalla Nuova Zelanda alle Bahamas.

Ogni sezione del libro è introdotta da un testo scritto dai figli di Caruana Galizia, Andrew, Matthew e Paul, che contestualizzano gli articoli nella loro vita familiare e ci fanno capire in quale temperie e in mezzo a quali esperienze personali Daphne lavorasse.

Daphne trattava politica e finanza, flussi migratori e temi internazionali ma amava anche scrivere di arredamento, di cucina e di giardinaggio in modo pratico e mai banale sulle sue riviste Taste e Flair che celebravano la bellezza e il meglio del gusto mediterraneo.

Suonano oggi particolarmente attuali alla luce della crescita esponenziale di giornalisti vittime della censura o addirittura uccisi ma soprattutto alla luce della tragica fine di Daphne le pagine dedicate alla libertà di espressione. A proposito di Julian Assange scrive

Una volta passato il panico, gli Stati Uniti potrebbero comunque rendersi conto di come questa vicenda abbia minato la loro posizione di autoproclamati campioni mondiali della libertà individuale. Si sono esposti alla fondata accusa secondo cui la libertà individuale finisce dove iniziano gli interessi degli Stati Uniti. Pur non essendo personalmente d’accordo con quello che Assange ha fatto, traccio una distinzione tra le sue azioni e le sue scelte e il modo in cui viene perseguitato per averle fatte. Lo spettacolo della sua persecuzione è qualcosa di rivoltante e di inquietante.

Queste invece le sue parole su Anna Politkovskaja

Ciò che contraddistingue l’omicidio della Politkovskaja è che non c’è stato alcun tentativo di nasconderne il perché o il come, o di mascherarlo come una rapina finita male: le hanno sparato nell’ascensore del condominio dove viveva, in piena luce del sole, e la pistola usata dal killer è stata lasciata accanto al corpo. Questo è il modo di agire abituale dei sicari russi, ma il punto è che lei non aveva mai parlato o scritto della mafia, degli oligarchi o degli affaristi privinciali corrotti: le sue critiche erano rivolte quasi esclusivamente a Vladimir Putin e ai suoi uomini.
Quel giorno non è morta solo la Politkovskaja. L’omicidio è stato compiuto per ridurre al silenzio non solo lei, ma anche tutte le altre persone a cui sarebbe anche solo passare per la testa di comportarsi allo stesso modo e criticare a gran voce Putin e i suoi amici.

Daphne Caruanala Galizia scriveva della situazione di isolamento e di aggressione che lei e la sua famiglia subivano senza che nessuno intervenisse pubblicamente a difendere il suo ruolo di giornalista da attacchi personali.

Il punto cruciale della questione è che quando un partito politico lancia e porta avanti una campagna di attacchi contro una singola giornalista che vede come una minaccia, non si tratta di un’aggressione contro un  solo individuo ma contro la libertà di stampa in generale. Il fine è eliminare quella particolare minaccia e dare un esempio agli altri. Ma l’unica risposta che un comportamento del genere dovrebbe incontrare in una vera democrazia (e Malta non lo è) è quella della resistenza e dell’opposizione generale.

Il problema dei problemi che unisce tutte le sezioni del libro è quello della scarsa consapevolezza e dell’amoralità dei cittadini.

Nessuno può sperare di comprendere la politica di Malta o la società maltese senza prima comprendere il familismo amorale, che plasma e guida entrambe; e che, va detto, ha anche rovinato entrambe.

Le parole che Daphne usa per Malta contengono un prezioso insegnamento per tutti

[…] è il popolo a votare per i partiti politici, non sono questi ultimi a mettersi al potere da soli. Il partito di Muscat sarebbe riuscito a ritornare al potere in un altro qualunque paese membro dell’Unione europea, Italia a parte? È questa la domanda a cui dobbiamo rispondere. E persino in Italia, i politici corrotti si dimetono, vengono messi sotto processo o devono subire un lancio di monetine da parte di una folla inferocita.

Il problema che va risolto è quello della diffusa e crescente amoralità della popolazione maltese di Malta (non tutta la popolazione di Malta è maltese, decine di migliaia di persone non lo sono). Questa piaga si estende attraverso l’intero spettro socio-economico e non ha nulla a che fare con la classe sociale o con lo status più o meno privilegiato degli individui.

I giornalisti come Daphne Caruana Galizia sono importanti per le democrazie. La serenità del loro lavoro è un indicatore della salute delle istituzioni e dello stato di diritto. Dì la verità anche se la voce trema è un libro che aiuta a capire in che sistema complesso e fragile viviamo e disillude dall’idea in voga tra i sovranisti che chiudere i propri confini ai migranti sia la soluzione alla nostra paura. A questo proposito Daphne scriveva

Oggi non è l’immigrazione a minacciare la nostra cultura, ma il nascente fenomeno del fascismo e del neonazismo, con la violenza e l’intimidazione associate a quei credi politici. Forse un giorno i miei compatrioti maltesi comprenderanno che è molto meglio vivere in un paese dove ci sono molti immigrati, invece che in uno dove non ci sono immigrati ma dove la gente è troppo spaventata per parlare o dove evita di essere se stessa per timore di essere attaccata.

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