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Bambini dislessici: l’onta del disonore

Elena Bottari ottobre 4, 2015

Mettiamoci per un giorno nei panni dei bambini dislessici! In occasione della settimana dedicata alla dislessia vorrei parlare di due amici che mi hanno confidato di essere dislessici  dopo anni e solo in seguito alla diagnosi fatta a mio figlio. Uno è ingegnere aeronautico, l’altro è imprenditore.

Uno ha “imparato a scrivere alle superiori” (cito le sue parole) perché non riusciva a collegare i suoni alle lettere e ha fatto molta fatica anche ad imparare ad usare l’inglese scritto e parlato per via della fonetica e della difficoltà, di nuovo, di associare suoni a segni grafici. L’altro alle elementari è riuscito ad “andare bene”, poi è andata sempre peggio tanto che alle superiori ha iniziato a marinare la scuola e a percorrere altre vie di apprendimento, sul campo 🙂

Sono persone di successo, molto intelligenti, con talenti non comuni e hanno dovuto compensare da soli le loro difficoltà. Sono autodidatti. Quel che è grave è la gogna con cui la scuola in un caso, la scuola e la famiglia nell’altro, hanno gravato il loro problema, facendolo diventare qualcosa di enorme per un bambino. Essere degli “asini” è qualcosa che, o lo si sperimenta, o è difficile da capire (ne so qualcosa come pecora nera in prima e seconda elementare e, in alcune materie, anche dopo). La reazione più semplice a questo stato è la fuga. Fuga dalla scuola, fuga da chi giudica senza provare ad aiutare.

Oggi le cose sono cambiate. La dislessia viene diagnosticata e in alcune scuole sono attivi sportelli mirati alla prevenzione e al sostegno ma ancora molti insegnanti, impegnati nell’ardua sfida di seguire 30 bambini ognuno con i suoi problemi, perdono la pazienza e la motivazione vedendo che i progressi sono lenti. Dare la “colpa” al bambino e al suo scarso impegno è una mossa purtroppo comune. E’ difficile distinguere tra “battere la fiacca” e “difficoltà” ma è uno sforzo ulteriore che va fatto per tenersi stretti i bambini, per non tradirli. E’ altresì difficile pensare che una maestra o un maestro possano compiere questa impresa da soli e con la spada di Damocle del programma da completare. Ci vuole un supporto.

Ci sono cose che per i dislessici sono difficili e non ha senso esigere granché perchè non rappresentano obiettivi didattici:

  • copiare dalla lavagna
  • eseguire esercizi molto lunghi
  • leggere alla velocità della luce
  • sapere i risultati delle tabelline entro 4 secondi (come richiesto nelle “gare delle tabelline”, tristemente in voga da decenni)

La scuola, bisogna dirlo a qualche insegnante, non è una gara. La competizione esalta i migliori e fa passare la voglia di vivere ai peggiori. Bisogna quindi trovare il modo di premiare i bravi senza far indossare gogne e orecchie da asino a chi è lento, a chi confonde la b e la d, a chi ha elaborato propri metodi per fare le moltiplicazioni ma ha ancora bisogno di tempo e allenamento.

Pensate cosa debba essere imparare a scrivere per un bambino che sia mancino che dislessico. Pensate di non pronunciare quasi le doppie e di doverle imbroccare negli esercizi, pensate di avere un difetto di pronuncia e quindi di scrivere le parole così come le pronunciate. Sembra facile imparare a leggere e a scrivere ma è un processo che richiede molti anni per essere davvero interiorizzato. Leggete cosa diceva Kurt Vonnegut agli studenti che lo invitavano (citazione da Quando siete felici, fateci caso)

Mi rendo conto che voi neolaureati avete tutti un certo grado di specializzazione. Ma di fatto avete passato buona parte degli ultimi sedici anni o più a imparare a leggere e scrivere. Gli individui che sanno farlo bene come voi sono un miracolo e, per come la vedo io, ci danno il diritto di sospettare che forse, in fondo, siamo davvero persone civili. Imparare a leggere e scrivere è tremendamente difficile. Ci vuole un’eternità. Quando rimproveriamo i nostri insegnanti per i bassi punteggi dei loro studenti nelle prove di lettura, fingiamo che sia la cosa più facile del mondo, insegnare a qualcuno a leggere e scrivere. Provateci, qualche volta, e scoprirete che è quasi impossibile.

Immagine di Internet Archive Book Images via Flickr

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Elena Bottari

Fondatrice di Psicomamme.it e giornalista pubblicista, mi interesso di psicologia e temi sociali. La creatività e le storie sono la mia passione. Mi piace scrivere di progetti interessanti che spaziano dall'editoria al teatro. Dopo la laurea in lingue e un master in comunicazione e tecnologie multimediali del Corep, ho lavorato dieci anni in un ufficio stampa. Ho due figli, troppi computer e una dolce metà alacremente impegnata a curare i siti della concorrenza.

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