Il mondo perduto

Il mondo perduto, di Arthur Conan Doyle

Tutti conoscono Sherlock Holmes di Backer Street, il fortunatissimo e amato eroe nato dalla fantasia di  Arthur Conan Doyle ma c’è un altro suo personaggio formidabile che ha avuto minor successo, è lo zoologo più iracondo e geniale della storia della letteratura, il vulcanico e coraggiosissimo Professor George Edward Challenger, scienziato ed esploratore che possiamo conoscere grazie al romanzo Il mondo perduto.

Challenger è sicuramente il bisnonno di Indiana Jones e Il mondo perduto è l’ispiratore di molta sci-fi e produzione fantasy, basti pensare a film come L’isola sul tetto del mondo e soprattutto alla saga di Jurassic Park.

Perché leggere Il mondo perduto? Per la storia che è più bella di quelle buttate giù alla belle e meglio dagli emuli successivi, per il vero piacere di una lettura piena di ironia, per la psicologia dei personaggi descritta con gusto e sensibilità e per le dinamiche sociali dipinte con senso dell’umorismo.  Immergendoci in un mondo scientifico accademico tanto tronfio quanto litigioso, possiamo apprezzare il valore di pratica antropologica che la lettura ci offre. L’intero romanzo mette il lettore a confronto con gli alibi di una posizione etnocentrica, anche apertamente razzista nonché con numerosi cliché che riguardano le donne.

La spedizione non è gender equal, la voce narrante non è affatto rispettosa delle altre etnie, i membri del gruppo scientifico hanno convinzioni radicate apparentemente inconciliabili. Il bello è la resa letteraria della tenuta della squadra che finisce per attestarsi su un solidissimo rispetto reciproco. Il bello è il talento ciclopico di Arthur Conan Doyle nella messa in scena di un’avventura immaginaria dopo il suo vero viaggio come medico su una baleniera, descritto in Avventura nell’Artico, sei mesi a bordo della baleniera Hope, anche questo bellissimo.

I mondi a confronto sono quello civilizzato contro la natura primitiva ma anche giornalismo, descritto già allora come interessato più al fumo che all’arrosto, contro vera scienza, allergica al pettegolezzo. In mezzo c’è Malone, il personaggio in cui Conan Doyle si identifica, giornalista gentile e franco, che avrà il compito di redigere un resoconto che potrà essere pubblicato dal capo redattore solo qualora il professor Challenger ne approvi la pubblicazione.

Qualunque sia il punto di partenza di ognuno, l’incrocio che tutti devono affrontare è quello con l’avventura. Leggendo pagina dopo pagina, il mondo che ritroviamo è quello dell’imprevisto avventuroso che per secoli è stato il sale di ogni polposa narrazione. Ben lungi dall’essere un libro di sola azione, il mondo perduto è un perfetto equilibrio di ingredienti cucinati con somma maestria e la sua lettura un piacere venato dalla nostalgia per i vecchi libri in cui il mondo era ancora grande e sconosciuto e la dialettica sembrava ancora possibile, nonostante le distorsioni etnocentriche.

L’impressione è che l’etnocentrismo di oggi non sia poi tanto inferiore a ieri e che oggi come allora, i buoni selvaggi siano i personaggi sacrificabili perché i lettori si identificheranno sicuramente nei protagonisti civilizzati. Oggi che l’attenzione ai diritti sembra più condivisa, sembra che la civiltà sia arenata nell’incomunicabilità o nella troppa comunicazione. I dinosauri della porta accanto suonano vecchi perché ce li hanno riscaldati male al cinema.

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