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La mafia uccide solo d’estate. La mafia e l’antimafia viste da un bambino

Elena Bottari dicembre 9, 2013

La mafia uccide solo d’estate è un film da vedere con i figli, con i nipoti, con i fratelli minori. Non si può mancare questo appuntamento cinematografico e civile che riporta in vita anni tragici della storia d’Italia ma anche epici, per la reazione forte e chiara che i cittadini, soprattutto siciliani, ebbero a seguito degli omicidi di Rocco Chinnici, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Pio La Torre e dei giudici Falcone e Borsellino. Sullo sfondo della storia privata di Arturo, una città che cerca di non pensare alla mafia, una vita dolce interrotta da omicidi ed esplosioni che vengono sempre ricondotte a questioni di donne che per questo  appaiono, agli occhi del giornalista in erba e fan sfegatato di Andreotti, come la via più breve per la tomba.

Proprio in mezzo alle lapidi di un cimitero, il piccolo Arturo pensa di dichiararsi all’ amata Flora, per seguire il consiglio del suo eroe dalle orecchie a punta che compare in interviste e fotografie che acquistano una loro grottesca e macabra espressività.

I genitori hanno il dovere di proteggere i bambini dal male ma anche quello di insegnare loro a riconoscerlo. Questa la lezione di La mafia uccide solo d’estate, questo il nostro compito di adulti in una società facile alla rimozione e al negazionismo. I grandi hanno il dovere di dare ai piccoli gli strumenti per capire la realtà per come è, senza inventare mondi paralleli solo per rassicurarli.

Arturo cresce davanti ai nostri occhi, diviso tra il suo grande amore per la sua compagna di classe e le esecuzioni mafiose, fino a quando il maxiprocesso non scoperchia il pentolone degli interessi criminali che avvelenano l’Italia. Con il lavoro di Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si scopre che il re è nudo ma, per nostra infinita sfortuna, Salvatore Riina ha imparato ad usare il telecomando e, poco tempo dopo e contro ogni buon senso, un’autobomba può parcheggiare sotto la casa della madre di Borsellino.

Per chi ricorda quel periodo è un film doloroso, in cui l’invocazione “Fuori la mafia dallo Stato” provoca memorabili strette al cuore, soprattutto in riferimento all’attualità e ai dati della corruzione anche mafiosa di cui siamo tristemente campioni. Per i giovanissimi è una favola agrodolce come certi piatti siciliani, capace di coinvolgerli emotivamente e di mostrar loro i personaggi che condussero una vera e propria guerra aperta alla mafia. La mafia uccide solo d’estate indica una via e una speranza, lascia un testimone alle nuove generazioni, perché non pensino mai che non c’è modo di contrastare le mafie. Si può e si è fatto in passato. Può accadere di nuovo se, come diceva Paolo Borsellino,

I giovani oggi cominciano a crescere e a diventare adulti, non trovando naturale dare alla mafia questo consenso e ritenere che con essa si possa vivere, certo non vinceremo tra due-tre anni. Ma credo che, se questo atteggiamento dei giovani viene alimentato e incoraggiato, non sarà possibile per le organizzazioni mafiose, quando saranno questi giovani a regolare la società, trovare quel consenso che purtroppo la mia generazione diede e dà in misura notevolissima. E’ questo mi fa essere ottimista.

Da un punto di vista più strettamente cinematografico, si avverte la sensazione chi Pif avrebbe potuto usare toni più alti, immagini più ricercate e che abbia subordinato lo sfoggio del proprio indubitabile talento artistico alla massima diffusione del messaggio, con un atto di umiltà a cui siamo poco abituati che lo ha ripagato con una essenzialità potente, capace di arrivare al cuore delle persone. La vocazione civile ispira questo film a tal punto che non si può evitare di commuoversi di fronte all’umanità dei personaggi che Arturo incontra sul proprio cammino di crescita e di consapevolezza.

 

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Elena Bottari

Fondatrice di Psicomamme.it e giornalista pubblicista, mi interesso di psicologia e temi sociali. La creatività e le storie sono la mia passione. Mi piace scrivere di progetti interessanti che spaziano dall'editoria al teatro. Dopo la laurea in lingue e un master in comunicazione e tecnologie multimediali del Corep, ho lavorato dieci anni in un ufficio stampa. Ho due figli, troppi computer e una dolce metà alacremente impegnata a curare i siti della concorrenza.

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