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L’errore fondamentale di attribuzione

Elena Bottari marzo 2, 2017

Quando formuliamo un giudizio senza avere sotto mano dati da cui trarre conclusioni razionali, ci affidiamo a modelli o, peggio, a stereotipi a cui istintivamente cerchiamo di piegare la realtà dei fatti e rischiamo di commettere degli errori di ragionamento, tra cui l’errore fondamentale di attribuzione.

Il punto di osservazione cambia la percezione di ciò che guardiamo e anche l’interpretazione degli eventi. Se osserviamo una persona agire, siamo portati a pensare che tale persona si comporti come si comporta per via del suo carattere, delle sue inclinazioni personali, dei suoi talenti e dei suoi difetti. L’errore fondamentale di attribuzione è appunto il vizio sistematico di attribuire le cause di un comportamento umano alla personalità del singolo piuttosto che alle condizioni esterne.

Se da osservatori diventiamo attori, ci rendiamo conto di quanto le circostanze esterne ci influenzino e di come a volte spieghino quasi totalmente le ragioni delle nostre azioni. Chi agisce guarda fuori da sé, osserva il pubblico e le condizioni esterne. Chi giudica guarda l’attore come se non fosse circondato da un contesto capace di influenzarlo.

Le persone tendono a fare attribuzioni interne (disposizionali), per rafforzare la propria autostima, in caso di successo e tendono invece a fare attribuzioni situazionali (basate sull’analisi dei fattori esterni) in caso di fallimento. Succede un po’ come quando i team aziendali o anche i partiti politici socializzano le sconfitte e si intitolano i successi. Allo stesso modo, quando osserviamo un mach sportivo, siamo più portati a giudicare i pregi del nostro giocatore preferito attribuendogli le ragioni dell’andamento della competizione più che a valutare la forza dell’avversario, le circostanze climatiche, il tifo del pubblico, il gioco di squadra più o meno riuscito o l’arbitraggio. Nel caso invece che la partita stia andando male per il nostro beniamino, siamo dispostissimi a dare la colpa a fattori “ambientali” e ad elementi esterni.

Questo fenomeno gioca un ruolo fondamentale dei gruppi sociali e nelle dinamiche che li contraddistinguono, generando bias (errori di ragionamento) di cui spesso non ci rendiamo conto

Gli studi in materia sono diversi e hanno chiarito, ad esempio, che un comportamento negativo commesso da un individuo appartenente al proprio gruppo viene, in linea di massima, attribuito a fattori situazionali. I fattori disposizionali, invece, analogamente a quanto affermato prima, sono ritenuti responsabili del comportamento negativo del membro di un gruppo sociale a cui non si appartiene. In quest casi, utilizzando l’espressione coniata da Pettegrew (1979), si parla di “errore di attribuzione per eccellenza”, un bias degli individui in quanto singoli ma, soprattutto, in quanto membri di categorie sociali. Spostandosi su un altro livello ancora, è possibile considerare i rapporti sociali tra minoranze e maggioranze con un diverso status socio-economico: gli appartenenti del gruppo maggioritario tenderanno a spiegare il loro maggiore successo e le difficoltà del gruppo minoritario in termini disposizionali e senza interrogarsi sul possibile ruolo di fattori, appunto, legati alla situazione, al più generale scenario all’interno del quale sono collocati. Alo stesso modo, non raramente, le differenze di genere nell’assunzione di ruoli di potere o connotati da un certo prestigio, vengono spiegati in termini di maggiori capacità degli uomini rispetto alle donne. Gaetano VenzaDinamiche di gruppo e tecniche di gruppo nel lavoro educativo e formativo, Franco Angeli

Il professor Gaetano Venza introduce un secondo tema importante per capire gli stereotipi, la profezia che si autoavvera,

fenomeno fondamentale per la comprensione del fatto che le preconcezioni sociali possono influenzare non solo la percezione della realtà ma anche “indurre” nelle persone comportamenti coerenti con le aspettative che si hanno su di loro.

Ecco come lo definisce il professor Emanuele Arielli mettendo bene in evidenza come tale profezia. oltre ad autoavverarsi, si autoalimenti

Questo fenomeno viene chiamato profezia che si autoavvera, riferendosi al fatto che un’aspettativa (una “profezia”) – anche se non è razionale e non corrisponde ai fatti – può suscitare nel soggetto un comportamento in grado di trasformare la realtà e portarla a confermare le attese. Supponiamo di dover avere a che fare con una persona che ci aspettiamo essere intollerante e aggressiva, anche se ciò non corrisponde al vero. Sulla base di quest’idea non solo percepiamo selettivamente il comportamento di questa persona (…), ma noi stessi ci comportiamo in un determinato modo, assumiamo il comportamento di “colui che fronteggia un individuo aggressivo”, per esempio mostrando freddezza alle sue battute, iperreagendo ed attaccando, oppure mettendoci sulla difensiva. Un comportamento che indurrà l’altro a rispondere, di conseguenza, non con cordialità. In questo modo la nostra aspettativa verrà confermata e il nostro atteggiamento rafforzato, e così via in un circolo vizioso. Immagini dell’uomo. Introduzione alla psicologia sociale, Mondadori.

Quando formuliamo un giudizio, dobbiamo sempre tenere conto dello scarto tra osservatore ed attore e mettere in atto strategie di empatia oltre che di ragionamento logico, capaci di evitare scorciatoie che puntino a verificare le nostre tesi campate in aria o meglio, sulla base di umori e pregiudizi.

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L’immagine è di Miami University Libraries – Digital Collections

 

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Elena Bottari

Fondatrice di Psicomamme.it e giornalista pubblicista, mi interesso di psicologia e temi sociali. La creatività e le storie sono la mia passione. Mi piace scrivere di progetti interessanti che spaziano dall'editoria al teatro. Dopo la laurea in lingue e un master in comunicazione e tecnologie multimediali del Corep, ho lavorato dieci anni in un ufficio stampa. Ho due figli, troppi computer e una dolce metà alacremente impegnata a curare i siti della concorrenza.

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