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Lo shopping compulsivo, lo sballo che può costare caro

Flavia Cavalero maggio 15, 2015

Quando cambia la stagione la tentazione è ancora più forte, alla voglia di fare shopping è davvero difficile resistere; sembra che tutto sia indispensabile, questo manca, quello servirebbe… la lista dei “maipiùsenza” diventa lunghissima. E poi c’è il web, pieno di negozi on line con le mille meraviglie, le cose introvabili lì ci sono; come non bastasse, ti promettono prezzi stracciati, e ti chiedi come fare a non scrivere il numero della tua carta. E’ un attimo, è fatta. L’hai comprato. Qualsiasi cosa sia, ora è tua.
E poi, come dice Vasco, “piccolo spazio pubblicità”. Crediamo di essere esenti dal contagio pubblicitario, ma così non è, siamo tutti vittime e, purtroppo, ci facciamo coinvolgere molto più di quanto non ammettiamo.
Così, tra il serio e il faceto, ci sentiamo tutte vittime della sindrome di shopping compulsivo (oniomania, dal greco onios “in vendita” e mania) e chissà che sia proprio così, chissà che la nostra società non sia patologica da questo punto di vista, e noi ci muoviamo appresso a lei.
Ma quando abbiamo davvero un problema da shopping compulsivo?

  • quando all’acquisto non si riesce a resistere
  • quando il fenomeno si ripete spesso (anche più volte alla settimana)
  • quando si compera e non si tiene conto delle proprie possibilità economiche
  • quando l’acquisto in sé è più importante della merce
  • quando si comperano cose inutili
  • quando la merce in realtà non viene nemmeno usata, ma riposta, senza nemmeno toglierla dalla confezione
  • quando il dopo, è problematico, perché insorgono vergogna e senso di colpa

Le motivazioni che sono alla base di questo disturbo possono essere diverse. Quel che è certo è che l’attività di acquistare permette di provare sensazioni particolari all’acquirente, che vanno dalla distrazione (non pensare ai propri problemi) fino alla gratificazione (sentirsi soddisfatti, provare piacere), questi due punti polari sono attraversati da una lunga serie di altre emozioni possibili.

Immaginiamo la scena di una persona che sta per uscire per andare in giro per negozi:

  • per prima cosa ci si prepara, ci si veste e ci si occupa di trucco e parrucco
  • poi si ricerca il negozio e poi l’oggetto, se ne scelgono colore e forma, dimensioni, quantità
  • se si tratta di abbigliamento lo si indossa, si fanno le prove e ci si immagina quando, come e dove lo si potrà indossare

Moltissime persone al momento del pagamento si guardano intorno soddisfatti nella speranza di essere visti da altre persone. Tanto più l’oggetto è costoso, tanto più pregiata si riterrà la preda.
Si entra in una dimensione mentale dedicata a quanto si sta facendo e non si pensa ad altro entrando in realtà in una dimensione di finto star bene data dall’eccitazione dell’acquisto.
Finito l’acquisto, finita l’eccitazione, finito lo star bene.
Proprio un po’ come accade con l’uso di sostanze, siano esse droga – alcol o fumo, si prova un finto benessere che dura solo per il momento dell’assunzione. Subito dopo c’è il calo, lo sballo dura poco, è effimero.
Le motivazioni quindi possono essere di diversa origine, dallo stress, al desiderio/bisogno di essere notati, un tentativo per non sentire un complesso di inferiorità, il riempimento di un vuoto emotivo e così via, con altri mille più mille motivi.
Quando si è davvero in presenza di questo disturbo le conseguenze non sono solo di tipo economico, come non fosse già abbastanza, ma vanno a interferire anche con altre aree della vita, quali i rapporti familiari e lavorativi.

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La foto della scala mobile è di Jason OX4 via Flickr

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Flavia Cavalero

Psicologa psicoterapeuta torinese, scrive articoli specialistici e approfondimenti su sogni, psicoterapia e dintorni. Si occupa di psicologia dell'abbigliamento e disturbi dell'apprendimento. Collabora a progetti internazionali legati al tema del consumerismo.

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