Edgard Morin

L’umanesimo planetario di Edgard Morin in un convegno a Bologna, nel 1993

Gli archivi di Radio Radicale contengono tesori purtroppo troppo inesplorati dal navigatore comune. Ci si trovano file audio di Aldo Capitini, di Nilde Jotti, di Sandro Pertini, di Tina Anselimi, di Umberto Terracini, di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino solo per citare alcune delle voci più importanti per il nostro recente passato, in un viaggio nella storia italiana di immenso interesse. Tra questi gioielli sonori c’è anche questo dibattito con  Edgard Morin, filosofo, sociologo, partigiano che qui ascoltiamo in un incontro del 1993 su di un umanesimo planetario. Filosofo della complessità e del rifiuto delle categorie, Edgar Morin supera l’antitesi tra ottimismo e pessimismo, riconosce i limiti ma anche le potenzialità dell’umano riconoscendo nella costanza del lavoro di disseminazione delle idee, nella solidarietà e nell’amore le chiavi per affrontare l’ignoto.

Matilde Callari Galli:

Il mio pessimismo è duplice: da una lato come, con un’umanità di sei miliardi di persone, forse già di più, come far giungere questo messaggio di speranza, come diffonderlo, in che modo immaginare che il nostro voler riassumere le esperienze di tutti, sia capito al di fuori della nostra cultura quando la nostra cultura ha per secoli disseminato tutto il contrario? Ha disseminato e ha ottenuto che altri gruppi vedessero la nostra cultura come il bene e cercassero la materializzazione e dimenticassero le loro antiche possibilità? Che le disprezzassero addirittura. E questo è il primo punto di riflessione che voglio rivolgere.

Edgard Morin:

Per prima cosa io rifiuto l’alternativa tra ottimismo e pessimismo. Penso che sull’ottimismo, che vuol dire che alla fine andrà tutto bene, prevalga l’incertezza sull’avventura finale e comunque nell’orizzonte finale ci sono la morte e la perdita. Voglio dire però che abbiamo un principio di speranza su un fondo di disperazione. Viviamo una dialettica della speranza e della disperazione e ho proposto sei principi di speranza. Come fare? Come sempre si fa nelle cose, nella storia e nell’evoluzione. Tutto inizia con una deviazione. Ogni idea non conforme, nuova, con un carattere di rottura con ciò che pare evidente a tutti, in rottura con il pensiero parcellarizzato sempre c’è una deviazione. La maggioranza delle persone si riferiscono a questa deviazione come ad un “piccolo gruppo”. Il piccolo gruppo inizia a fare disseminazione. Questa è la storia dell’inizio del cristianesimo, dell’inizio del socialismo, dell’inizio del buddismo, dell’inizio di tutte le grandi idee.

Non è un cammino o un programma: da un inizio si passa alla scoperta, alla rivoluzione mentale, alla presa di coscienza. Le persone si dicono, bisogna fare questo, questo è vitale. C’è un momento etico perché l’etica non è il prodotto di una deduzione razionale. Ciò che etico arriva così, è come un’autocreazione, un’autoproduzione, è un imperativo. Prendiamo l’inizio della scienza moderna. All’inizio si trattava di alcune persone come Cartesio, come Gassendi, come Leibniz e altri, che facevano osservazioni e sviluppavano un pensiero scientifico e tutte queste persone erano in corrispondenza epistolare tra di loro. Non esisteva il telefono ma ci scriveva lettere sulla carta. Ad un certo momento nasce una prima organizzazione, la Royal Society inglese,  la prima associazione in cui chi faceva scienza poteva partecipare. Si sono organizzati per condividere idee e scoperte. Ogni Paese ha poi creato le proprie associazioni scientifiche. Sono nati congressi internazionali e la scienza è diventata qualcosa di ufficiale, è entrata nelle Università e via così.

Questo voglio dire: non possiamo evitare questo processo in cui ci sono momenti di accelerazione, momenti di stagnazione e di incubazione che non dipendono da noi, dipendono da alcune condizioni, ma si deve continuare a dare il messaggio perché, secondo l’analogia della fecondazione dalla biologia. 180.000.000 di speramatozoi vanno persi ad ogni eiaculazione per avere 1, 2 o 3 bambini. C’è una grande perdita. La disseminazione è anche dissipazione. Pensiamo ai semi degli alberi! Molti si perdono e non trovano la possibilità di radicarsi. Questa è la vita.

Matilde Callari Galli:

Dobbiamo pensare che il problema delle idee, delle missioni delle idee non hanno una via programmata. Il risultato non è il prodotto quantitativo della quantità di energia che impieghiamo a fare le cose. Forse dobbiamo continuare a lavorare nel deserto per esserci nel momento in cui arriva la pioggia e quado arriva la pioggia allora viene il momento della fecondità. E’ l’unica cosa che posso dire.

L’altra questione è collegata ai sei principi di speranza, non li voglio riassumere tutti e sei ma ce n’è uno che mi interessa ed è quello antropologico. In questo principio si dice, si fa un riferimento alla bassa utilizzazione delle nostre capacità umane come specie. Edgard Morin si augura di poter potenziare queste capacità intellettuali ma anche emotive, capacità di sentire, capacità di capire intendendo il doppio significato, intellettuale ed emozionale levando di mezzo queste separazioni.

Sono stata molto sollecitata da questo richiamo però, allo stesso tempo, ho avanzato alcuni dubbi che vorrei sottoporre. Ho pensato ad un vecchio testo di André Leroi Gourhan, intitolato Il gesto e la parola.In questo testo l’antropologo francese ricostruisce la storia della nostra specie attraverso il cambiamento che il nostro corpo ha avuto utilizzando, progettando, costruendo gli utensili. E può essere un libro invecchiato in alcune sue parti, però contiene per me ancora un grosso messaggio, il messaggio di questa interazione con la progettualità, con la manualità, e il nostro essere umani. Noi lo abbiamo perduto e l’autore lo dice chiaramente. Lo abbiamo perduto nel momento in cui un piccolo gruppo di individui progetta utensili, strumenti, modalità di interagire con la natura che la maggioranza degli individui utilizza e quindi è una divaricazione forse definitiva, forse profonda. Ecco quindi la mia domanda che non vuole essere una provocazione perché mi auguro veramente che questa disseminazione avvenga e possa avvenire su una terra così popolata come la nostra attuale. Il mio dubbio è che questo riguardi un piccolo gruppo di individui. Come far giungere questo messaggio di speranza, come diffonderlo? In che modo immaginare che il problema dell’etica della complessità. Mi sembra che uno degli interrogativi più interessanti che questo ultimo volume ponga a noi la riflessione di come sia possibile convivere con l’incertezza che è propria della natura delle cose. L’incertezza, l’aleatorietà, il rischio, l’avventura. Come è possibile vivere insieme a questa incertezza?

Edgard Morin:

C’è un’incertezza della stabilità 🙂

Sono arrivato questa mattina da Parigi e mi serve un bagno di almeno due giorni per cominciare a trovare le parole italiane. Mi dispiace di molte imperfezioni di parole e, in alcuni momenti, quando non troverò la parola italiana, dirò la parola francese o forse spagnola. Penso che l’incertezza faccia parte del destino della vita in generale e anche del destino umano. L’incertezza è tale che penso che molto delle mitologie e delle religioni siano venute per dare una certezza se non sulla Terra, almeno in cielo, dopo la morte. La modernità dopo il Rinascimento. Nella modernità c’è un nuovo confronto con l’incertezza. Dopo il Rinascimento del pensiero c’è la problematizzazione del pensiero. Perché c’è il mondo, perché c’è la vita, perché c’è Dio cos’é Dio? L’accettazione fondamentale dell’incertezza è venuta prima di Pascal. Pascal ha capito molto bene che non è possibile dare una prova logica della verità divina. Lui ha detto c’è una scommessa e ha dato molti argomenti in favore di questa scommessa e penso che anche per il marxismo, un filosofo sociologo Lucien Goldman, era un marxista lucaciano che non ha studiato Pascal anche lui sosteneva che il marxismo fosse una scommessa. Non c’è una lettura della legge, della storia, dell’evoluzione, della certezza storica, no, E’ una scommessa. Penso che oggi, per tutte le cose per cui abbiamo amore, amore per una persona ma anche amore per un valore, per l’idea di fraternità, tutte queste cose sono delle scommesse. Non abbiamo la certezza di realizzare tutte queste aspirazioni, valori, articoli di fede per i quali in alcuni momenti saremmo capaci di dare la nostra vita. Questo è per me un punto fondamentale.

Non è più possibile una certezza che dia la soluzione o la salvezza ma l’incertezza non è generalizzata. L’incertezza riguarda i problemi più fondamentali. Dove va il mondo? Perché l’uomo? Perché la vita? Qual è il destino futuro del mondo? Cos’è la realtà? In definitiva la vita è una navigazione su di un oceano di incertezza ma ci sono molte isole, arcipelaghi di certezza. Esistono molti elementi di certezza per navigare. Se l’incertezza è assoluta è solamente un gioco del destino, di un azzardo, del caso. Il destino è le cose della vita umana e del pensiero umano, un misto di certezza e di incertezza e non sappiamo esattamente la composizione del cocktail ma in ogni modo possiamo appoggiarci alle isole di certezza per continuare la navigazione dell’incertezza. Non sono un filoso dell’incertezza nel senso classico alla Montaigne ma non c’è lo scetticismo generalizzato. L’incertezza è una sfida vitale. In questo senso penso che il pensiero della complessità è il pensiero che sa che non si può eliminare l’incertezza ma che si può negoziare con l’incertezza.

Matilde Callari Galli:

Vorrei ora tornare con una domanda ad Edgard Morin. In un’intervista a François Ewald, nel momento in cui gli si chiedeva qual era la ragione del fascino che l’incertezza esercita su di lei, lei mi sembra abbia risposto che l’unica ragione che trova è di carattere personale. Mi sembra che lei abbia detto Il mio temperamento. A questo punto ho pensato che se a livello scientifico viene in mente quello che diceva Niels Bohr, che il contrario di una verità profonda è un’altra verità profonda ma mi è anche venuta in mente una pagina della biografia di Edgard Morin, quel bel libro intitolato Autocritica, e la pagina è quella in cui Edgard Morin dice che quando aderì al partito comunista francese, non aderì per non aver capito determinate cose ma anzi aderì a quel partito  e militò per anni in quel partito perché vedeva, conosceva di quel partito alcuni aspetti che erano contrari al suo temperamento, appunto e questa pagina viene poi detto che è uscito da quell’esperienza non con amarezza, rimpianto ma piuttosto ha visto in quest’esperienza una crescita individuale perché affrontata, noi diremmo, con gli occhi aperti. Allora io mi domando, c’è un problema. Bisogna educare gli individui a vivere com’è la realtà, senza sicurezze. E’ la storia della nostra specie, l’avventura, il rischio. Nessuno sa quello che ci attende tra un minuto, tra un secondo. nello stesso tempo però la rete dei rapporti, la vita politica, la rete dei rapporti sociali implica una solidarietà, implica qualcosa che sia certo e allora, unendo un po’ i discorsi mi domando, allora la risposta è quella di trovare proprio nella consapevolezza dell’incertezza la solidarietà?

Edgard Morin:

Prima di rispondere volevo dire che quando ho parlato del mio temperamento individuale, non era la spiegazione fondamentale e primitiva. Volevo dire che quando ero bambino, quando ero giovane, non ho ricevuto nessuna cultura o nessuna etica dalla mia famiglia. Io ero subculturato. Non ho ricevuto forte il segno della cultura, della scuola, dell’università. Ho sempre cercato di analizzare i miei problemi. Per me era impossibile studiare una disciplina. Ho studiato storia, sociologia, filosofia, economia, scienze politiche perché non potevo entrare nella categorizzazione delle cose e, di più, c’è un evento personale, perché ho vissuto una contraddizione fondamentale dopo la morte di mia madre quando avevo 9 o 10 anni. Per me era una cosa incomprensibile. Sapevo che era una cosa ineluttabile, irrimediabile ma io avevo tuttavia la speranza di un ritorno di mia madre. Ho sempre vissuto delle contraddizioni. Siccome non avevo una forte impronta culturale, ero molto aperto agli argomenti più opposti e per questo per me la frase di Bohr era molto importante, perché io la vivo così che l’idea contraria contiene una verità profonda e per questo Gianluca ha parlato della tolleranza. Penso che ci siano due livelli della tolleranza. Il primo è il livello Voltairiano dell’Illuminismo che dice Le vostre idee sono stupide, cretine ma io sono pronto a morire per esse. Voi avete il diritto di difenderle e la libertà di parola. Questo è un livello molto importante però penso che ci sia un livello più profondo in cui si dice In tutte le idee diverse, in opposizione, in conflitto, c’è qualche cosa di vero mescolato con superstizioni, errori e penso che questo non riguardi unicamente le idee, le filosofie, le ideologie ma anche in tutte le culture ci sia qualcosa di molto profondo. Questo è un fondamento, penso, ancora più interessante della tolleranza, perché implica più indifferenza verso il contenuto delle idee ma al contrario un grande interesse.

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