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Hind Lafram, Fatima Zahara Lafram, Ayoub Mussaid, Luisa Zhou presentano Bacio Feroce alle OGR

Elena Bottari novembre 1, 2017

Hind Lafram, Fatima Zahara Lafram, Ayoub Mussaid, Luisa Zhou presentano Bacio Feroce alle Officine Grandi Riparazioni di Torino. Con due domande a testa, le ragazze e i ragazzi che non sono italiani agli occhi della legge ma che lo sono nel cuore, intervistano Roberto Saviano. Il mondo di Bacio Feroce non ha uscite di sicurezza, esiste una sola via al potere, la via della cocaina che porta i paranzini, uguali in ogni periferia perché la periferia è una sola, a comandare e uccidere, a guadagnare dai 4 ai 10.000 euro alla settimana e a morire a 19 anni, come Emanuele Sibillo, il boss a cui l’autore si è ispirato scrivendo l’epopea della Paranza dei bambini.

Non c’è posto per i giovani nel mondo della criminalità e non c’è spazio per i giovani nel mondo onesto che sembra avere progetti solo per chi è già tutelato. I ragazzi vivono in una società respingente, dalla mobilità ridottissima. Chi vive in territori difficili e senza lavoro non vede alternative allo spaccio come metodo di arricchimento. Lavorare da sfruttati, sapendo di non poter pagare mutui e di non poter mettere su famiglia, è una scelta da deboli che i paranzini rifiutano per principio. Scelgono una vita breve e sanguinaria, sanno che la loro vita si risolverà in una faida ma procedono comunque su questo binario morto, disprezzando una vita opaca. I paranzini bevono champagne perché lo champagne non può più essere richiuso, non c’è più modo di fermare le bollicine come non si può fermare la parabola fulminea e tanto effervescente quanto violenta dei piccoli boss. Bacio Feroce segue lo stesso principio, non offre fughe al male, costringe il lettore ad identificarsi con esso, a riconoscere in sé valori non tanto diversi da quelli della paranza dei bambini ma anche ad ammettere l’ingenuità di questi ragazzini che sparano e giocano a pallone, che comandano quartieri e fanno da baby sitter alle sorelle.

Senza offrire figure positive, Roberto Saviano dipinge Napoli come prototipo di tutte le grandi città del mondo e la sua visione è tanto spietata quanto assoluta è l’indifferenza della politica verso tutto ciò che riguarda le mafie. Legalizzazione, attenzione per le ombre delle nostre città, diritti sono gli antidoti che come paese ci rifiutiamo di assumere, preferendo usare i migranti come capro espiatorio. Ed è proprio sullo ius soli che il discorso si sofferma e oltrepassa il livello superficiale della questione, quello abitualmente frequentato dal dibattito politico. L’Italia preferisce negare la cittadinanza a 800.000 bambini e ragazzi che riconoscono l’Italia come propria culla identitaria che approvare una riforma a costo zero e dai risvolti inclusivi incalcolabili.

Hind Lafram, Fatima Zahara lafram, Ayoub Mussaid, Luisa Zhou si presentano. Tutti rivendicano la propria libertà contro il paradosso di un’identità imposta dalla burocrazia e dal reddito perché, alla prova dei fatti, quel che conta davvero nell’attribuzione della cittadinanza è il cud che deve essere alto, non i sentimenti patrii o l’appartenenza ideale ad una cultura.

Hind e Fatima sono sorelle, Hind non è italiana, Fatima invece sì. Vivono in una famiglia spaccata in due: la mamma e Fatima sono italiane, il fratello lo è diventato perché ha sposato una donna italiana, non per diritto acquisito. Il padre e Hind sono marocchini. Le due metà del nucleo familiare hanno iter burocratici diversi e diverse possibilità di spostamento fuori dall’Italia. Hind, stilista e portabandiera del made in Italy nel mondo, non ha il passaporto italiano.

Ayoub fa teatro, ha rappresentato l’Italia come delegato in Marocco, paese in cui è stato solo una volta in quattordici anni, senza sentire alcun legame con la sua terra d’origine. Anche lui ha una famiglia lacerata dai diversi passaporti. Per fortuna il fratello e la sorella sono stati dichiarati idonei e resi italiani anche sulla carta.

Luisa Zhou studia per diventare mediatrice culturale ed ha il passaporto cinese. Vorrebbe essere italiana per poter viaggiare e per veder rispecchiato ufficialmente il proprio senso di appartenenza.

Roberto Saviano riflette sui facili slogan nostrani e mette in guardia dalla tentazione di cedere alle semplificazioni. Gli spacciatori magrebini che vediamo nelle nostre strade lavorano per le nostre italianissime mafie e un carcere che rispetta i diritti dei detenuti è un carcere che si sottrae al controllo mafioso, per questo dovremmo ragionare di più sui problemi e tenere alta l’attenzione sulla realtà carceraria senza conclusioni forcaiole.

Il pensiero laterale e il rifiuto della complessità sono le vie da seguire. Il potere del lettore è cruciale come la voglia di informarsi e capire.

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Elena Bottari

Fondatrice di Psicomamme.it e giornalista pubblicista, mi interesso di psicologia e temi sociali. La creatività e le storie sono la mia passione. Mi piace scrivere di progetti interessanti che spaziano dall'editoria al teatro. Dopo la laurea in lingue e un master in comunicazione e tecnologie multimediali del Corep, ho lavorato dieci anni in un ufficio stampa. Ho due figli, troppi computer e una dolce metà alacremente impegnata a curare i siti della concorrenza.

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