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Spazi vitali come l’aria ovvero vietato calpestare le aiuole interiori

Elena Bottari agosto 24, 2015

Lo spazio vitale, il Lebensraum di inquietante memoria nazista privato della sua connotazione aggressiva, è un concetto che usiamo spesso nelle nostre discussioni e nel criterio di valutazione del nostro benessere. Ognuno ha bisogno del proprio spazio, questo è sacrosanto. Che ci si metta al centro della propria vita in modo esclusivo o si decida di farci entrare anche gli altri, correndo il rischio di finire schiacciati contro le pareti, immaginiamo attorno a noi una zona nostra, fatta di tempo, diritti, strumenti, scelte, insomma tutto quello che ci fa bene, che ci calza a pennello.

Molte persone hanno paura di rivendicare questo spazio. Camminano defilate, si fanno piccole, quasi a non volere occupare spazio. Take your place! dicono gli inglesi. Prendi posto, il tuo posto! Non bisogna aver paura di occupare uno spazio, di esistere, di esprimersi. Che presupposto c’è dietro a questa frase? Che tutti abbiamo un posto nel mondo, più o meno al sole. La crisi culturale e anche economica ci fa spesso dubitare di questo assioma. Sentiamo dolorosamente di non avere uno spazio per realizzare il nostro scopo e ci sentiamo esclusi dagli spazi comuni che ci sembrano non nostri, perché non ci rappresentano e sentiamo minacciata anche la sfera più intima della nostra esistenza.

Gli adolescenti rivendicano  uno spazio e dichiarano talvolta di venire soffocati dai parenti, incapaci di rispettare i loro ambiti di libertà. Ma non è solo adolescenziale questa richiesta che spesso si tramuta in frustrazione o chiusura al “mondo invasore”.

Lo spazio vitale ha un’atmosfera che deve essere respirabile, non deve venire “viziata” dagli altri. Cosa succede al nostro spazio o alla nostra percezione di esso, quando ci mettiamo in relazione con una o più persone o quando ci rapportiamo a una moltitudine? Da cosa deriva il senso di privazione che proviamo quando ci sentiamo schiacciati dall’esterno? Anche quando gli altri “rispettano gli spazi” abbiamo paura che la situazione precipiti, abbiamo paura di doverli difendere a spada tratta.

Come dice Flavia, è una questione che riguarda i confini. E’ un discorso complicato che ha, come spesso succede, due facce:

  • quella di chi i confini li travalica
  • quella di chi si sente invaso

Non è detto che chi si difende accanitamente dalle ingerenze altrui sia capace di un uguale rispetto verso gli altri.
Visto che ognuno ha una sensibilità diversa, non possiamo mai appellarci alle più diffuse abitudini di comportamento come regola che va bene per tutti. Un tempo non si telefonava la domenica mattina, all’ora di pranzo, o in tarda serata. Un tempo (da molti assai rimpianto) fuori di casa non eri “reperibile” in nessun modo, se non di persona. Ci si sentiva autorizzati a staccare il telefono quando si stava male e quando non si voleva essere raggiunti (magari avvisando i propri cari di questa decisione in modo da non farli preoccupare).

Oggi è tutto cambiato e ci si sente liberi, grazie alla moda e al sempre più frenetico ritmo lavorativo (clienti sempre in ambasce, lavori della massima urgenza) di entrare nella vita e nel tempo libero, privato, delle persone. Assieme allo spazio vitale che siamo disposti a concedere agli altri sembra diminuita anche la pazienza. Vogliamo risposte e le vogliamo subito. Vogliamo essere la causa di un effetto immediato e non sentiamo più di travalicare un confine, non vediamo più quel confine.

E’ importante sottolineare che anche se non la vediamo, questa linea di demarcazione tra pubblico e privato, tra lecito e illecito, c’è e lo testimoniano le molte persone che soffrono per mancanza di sensibilità verso i diversi ambiti della vita emotiva. Abbiamo tutti almeno una sfera lavorativa, una sfera familiare, una sfera amicale, una sfera intima e voler ridurre tutte queste diverse dimensioni in un solo ambiente in cui i conoscenti lontani sono nella nostra vita a pari merito degli amici più cari e dei parenti può avere come conseguenza una certa paranoia da sovrapopolamento della nostra mente o gravi gaffe fatte per non aver usato il tono, le parole e la sensibilità giuste in un determinato contesto di cui non ci si rende nemmeno conto. Ciò accade molto sui social network, spazi che annullano il confine tra pubblico e privato.

I ragazzi spesso usano espressioni ellittiche come “stai nel tuo” intimando ad un’altra persona di rispettare i confini dello loro spazio. Quando invece una situazione va bene dicono “ci sto dentro“, come ad indicare che una certa circostanza calza bene alla loro personalità. Il gergo giovanile non fa che esplicitare un atteggiamento che tutti abbiamo. Ci sono dei confini, decisi da ciascuno in base al grado di disponibilità a condividere spazio, che vanno rispettati. Lo spazio personale è come un vestito. Ci arrabbiamo se qualcuno ci pesta la gonna o le scarpe, ci arrabbiamo se qualcuno si intromette nelle nostre scelte e nella nostra vita.

In strada e sui marciapiedi ognuno ha diritto ad uno spazio, perché “le strade sono di tutti“. Se tutti hanno chiaro il concetto di spazio individuale (avendo forse più sacro il proprio che quello altrui), le cose si complicano quando interagiamo con spazi comuni. Tendiamo a non rispettare gli spazi riservati, a parcheggiare nella carreggiata in assenza di strisce. Come pedoni talvolta (ma sempre più spesso purtroppo) camminiamo in mezzo alla strada pensando che qualcun altro ci penserà. Le automobili faranno attenzione, si fermeranno o invaderanno l’altra corsia (lo spazio di altri).

Con il gioco degli spazi si rischia l’effetto domino, a forza di usurpare spazi, ognuno si rivale sul vicino e alla fine tutti sono scontenti, si sentono invasi. Strano però che non vi sia la stessa enfasi nel difendere gli spazi comuni.

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Elena Bottari

Fondatrice di Psicomamme.it e giornalista pubblicista, mi interesso di psicologia e temi sociali. La creatività e le storie sono la mia passione. Mi piace scrivere di progetti interessanti che spaziano dall'editoria al teatro. Dopo la laurea in lingue e un master in comunicazione e tecnologie multimediali del Corep, ho lavorato dieci anni in un ufficio stampa. Ho due figli, troppi computer e una dolce metà alacremente impegnata a curare i siti della concorrenza.

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