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Violenza sulle donne, problema globale

Elena Bottari gennaio 13, 2016

I recenti fatti di Colonia hanno riportato sotto i riflettori la violenza contro le donne e viene facile arrabbiarsi perché i fautori dell’attacco alla donna libera, nella piazza della festa, sono immigrati provenienti da una cultura che non ha generalmente un bel rapporto con il femminile e con la sessualità. Dissentirà chi sostiene che le donne di quei paesi siano felici così, che in realtà in famiglia comandino le donne, che il burka protegga le donne dalle basse e, pare, incontrollabili voglie dei maschi ma simili affermazioni ricordano quelle sugli schiavi in Alabama, che in fondo erano felici a non dover decidere della propria vita e molti padroni erano gentili. Il fatto è che erano sempre schiavi.

La paura che le denunce delle donne contro questi atti di inciviltà e sopraffazione siano strumentalizzati, non deve ridurci al silenzio. Sarebbe il caso di usare le parole giuste per non farsi strumentalizzare, sarebbe il caso di non generalizzare e di capire come guarire questa visione degradante che alcuni uomini sembrano avere della donne che non si conformano alla quasi invisibilità e alla sottomissione. Uno dei motivi per cui forse la reazione delle donne non è stata così eclatante però è che episodi del genere, meno plateali, sono questione di tutti i giorni. Le donne subiscono quotidianamente aggressioni verbali o fisiche. Al cinema se sono sole, sul pullman se c’è ressa o se a tarda ora non si siedono a mezzo metro dal conducente, ai concerti in cui ci sono spesso uomini che con la scusa di ballare o pogare allungano le mani e non solo quelle. Finché stiamo dietro a parole asettiche, finché non tiriamo in ballo lo schifo normale di essere donna in Italia, subìto soprattutto da uomini italiani a cui basta vedere un ginocchio nudo o una gonna per credersi invitati ad una festa, è inutile far finta di indignarsi. Finché questi, insomma, non smettono di essere “problemi da donne”.

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Elena Bottari

Fondatrice di Psicomamme.it e giornalista pubblicista, mi interesso di psicologia e temi sociali. La creatività e le storie sono la mia passione. Mi piace scrivere di progetti interessanti che spaziano dall'editoria al teatro. Dopo la laurea in lingue e un master in comunicazione e tecnologie multimediali del Corep, ho lavorato dieci anni in un ufficio stampa. Ho due figli, troppi computer e una dolce metà alacremente impegnata a curare i siti della concorrenza.

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