Adesso mi arrendo e questo è tutto di Álvaro Enrigue

Adesso mi arrendo e questo è tutto si candida ad essere una stella luminosissima nel firmamento dei libri belli e inclassificabili che, superando  la barriera dei generi in voga nelle librerie, crea un reparto a sé dove finiscono i libri che lasciano la traccia più profonda. Le librerie dovrebbero avere il coraggio di mettere questi testi tutti insieme, in un posto speciale. Ci vorrebbe lo scaffale dei preferiti, lo scaffale degli outsider rubacuore.

Adesso mi arrendo e questo è tutto è tanti libri in uno. Ognuno parla agli altri. Tutti ci interrogano e ci chiedono complicità, in una trama sentimentale e storica che ha il potere di riportare in vita un tempo, una nazione non riconosciuta e almeno due identità che alla fine potrebbero essere una sola, quella apache e quella messicana. L’identità statunitense l’abbiamo ogni giorno sotto gli occhi, nella sua pervasività e nella sua mancanza di memoria ma c’è qualcosa di profondamente umano e storicamente giusto nel ridare vita a gringos che erano anche buffalo soldier, ufficiali e soldati semplici goffi e malandati, mandati ad inseguire fantasmi capaci di sparire nel nulla e di portare a zonzo per le montagne interi reggimenti mentre il grosso della comunità apache si metteva in salvo. Enrigue si pone dalla parte delle storie contro quella della Storia di due nazioni, degli Stati Uniti e del Messico appena nato a prezzo di poco raccontate sofferenze.

Enrigue ci porta indietro nel tempo a quando il Texas si chiamava Tejas, ci mostra l’espropriazione e la cancellazione della nazione Apache, culminata con la volontaria estinzione del popolo Chiricaha. L’autore ci riconduce però sempre anche al presente del mondo che conosciamo, in un continuo ma riuscitissimo salto temporale tra tre epoche diverse che sono quella di Enrigue, quella di Camila e dei suoi eredi.

Grazie a questa orchestrazione perfetta che sparisce alla vista tanto da risultare naturale e vera anche ai sentimenti del lettore, Álvaro Enrigue ci conduce nella geografia e nei simboli di una cultura che ha rifiutato ogni assimilazione e ha preferito morire piuttosto che rinunciare ai propri luoghi sacri. La toponomastica ha un ruolo di primo piano in questo romanzo che è anche un formidabile saggio storico capace di rievocare spiriti tormentati e non sopiti, arresi ma non vinti. Su tutto campeggiano capi come Mangas Coloradas, Cochise, Nana, Naiche e lo sciamano di guerra Geronimo, figura umanissima e leggendaria allo stesso tempo, capace di buggerare l’esercito americano per giorni con un seguito di soli bambini.

Nell’incontro tra Pancho Villa bambino e Geronimo, c’è il senso di una vocazione di libertà che Adesso mi arrendo e questo è tutto celebra con nostalgia. In Enrigue c’è però anche lo spirito indomito di chi non intende tradire le storie invise alla versione propagandistica delle nazioni o all’utilitarismo globalizzato.

Questo romanzo ha il potere di una cura sciamanica, guarisce con le parole come faceva Geronimo! Enrigue deplora i massacri di apache perpetrati da statunitensi e da messicani, piange un mondo finito, un mondo che non ha bisogno di negozi e strade, che non ha bisogno di scuole, che non fa differenze sociali o di genere. Il disastro compiuto ai loro danni è irrecuperabile ma testimonia ancora oggi la possibilità di un modo diverso di vivere.

L’autore canta l’inutile e il tempo perso, il tempo “improduttivo” tanto indigesto all’efficientismo imperante, i mocassini e le fonti termali, la bellezza delle montagne e la convivialità degli apachi lontano dalla battaglia in un’ode che si fa carico di tutto il dolore e di tutte le contraddizioni ma allo stesso tempo afferma la resistenza e la validità degli ideali di un popolo che si muoveva come il vento, come tutti i popoli dovrebbero poter fare.  

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