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Il Natale secondo Jacques Brel: infanzia, disciplina e sogno

Elena Bottari novembre 12, 2013

Abbiamo scoperto una meravigliosa intervista in cui Jacques Brel parla del Natale, dell’infanzia e del sogno.
La traduzione delle parole del cantante belga più amato nell’intero universo, capace di seguire sempre il proprio sogno, è un regalo che facciamo a noi stesse e a te che leggi Psicomamme.it

Alcune sue parole suoneranno urtanti per qualcuno ma vale la pena porsi gli interrogativi che Brel solleva, per essere un po’ nomadi anche da adulti, per non finire come stoccafissi nella vetrinetta con le bamboline di porcellana e le Torri di Pisa che cambiano colore con l’umidità e per capire i bambini, che sono un mistero che va abbracciato com’è, anche se costa fatica 🙂

Natale significa qualcosa?
E’ una bella festa pagana, una bella celebrazione.

Cosa intendi?
Ognuno si inventa il suo piccolo Natale.

La religione ha inventato l’albero di Natale, ognuno può inventarsi il proprio. Credo che tutti gli uomini siano nati in una mangiatoia e non tutti hanno la fortuna di morire a 33 anni. C’è un aspetto solidale, e comunitario. E’ un simbolo grazioso.

Però non è sempre Natale.
Potrebbe esserlo…

Hai ricordi di infanzia legati al Natale?
No!

Niente di speciale.

Riguardo all’infanzia, mi sembra che la sua sia andata in una direzione violenta, tenera ma violenta.
Per me l’infanzia è una nozione geografica. Siamo nati in un posto che è l’infanzia. Per me l’infanzia è un cielo basso ed è grigio, umido e ci sono degli adulti che non capisco. Potrebbe essere successo in Bretagna o nel Limousin o a Parigi. E’ successo in Belgio. Ma l’infanzia è più una nozione geografica che storica.

Degli adulti che non capisco e che non mi capiscono, che non “mi sanno”, come dice la canzone.
Si, o che mi sanno…

Verso i 12 anni, mi sono chiesto se lo facessero apposta. Non ho mai osato rispondere a questa domanda.

C’è sempre, nelle tua canzoni sull’infanzia, una sensazione di estraneità. Un bambino si sente, a volte, straniero.
Il bambino è l’avventuriero. Tra gli uccelli ci sono dei migratori e dei falsi migratori che vanno a spasso tutta la vita ma ci sono altre razze che non si spostano che ad una certa età.

Credo che il bambino sia perfettamente nomade, quindi avventuriero… ma preferisco la parola nomade

E vive in un mondo che è fisso, costruito attorno alle donne e alle città. Il bambino è nomade e non capisce perché le greggi non vadano a brucare l’erba dove c’è erba. Il bambino, credo, non capisca perché ci si ostini a brucare erba dove non ci sono che sassi.

E’ nomade e gli si insegna, poco alla volta, ad essere prudente, ad essere buono, ad essere economo, non nel senso monetario, ma nel senso peggiore, di risparmiare le proprie forze.
Gli si insegnano simile cose abominevoli.

La speranza, la cattiva speranza “Ti succederanno delle cose…” Non succede mai niente. Nella mia vita non mi è successo nulla se non me stesso. Insomma il contrario del Natale 🙂
Si insegna ai bambini ad aspettare delle cose. Si dice loro raramente cosa avranno, cosa faranno.

Cosa bisognerebbe dire loro?
Di non aspettare niente… se non da loro stessi. E’ terrificante vedere tutte queste persone che aspettano.

Si dice alle ragazze “Incontrerete il vero amore”. E’ molto raro il grande amore. Su cento ragazze ce ne sono forse tre o quattro che sono fatte per il grande amore. Per i ragazzi è uguale. E non si incontrano quasi mai tra di loro…

I principi non sono affascinanti e non sono principi. E’ l’amore che li rende principi e pieni di fascino.
Sta alle ragazze renderli così, ed è la stessa cosa per i ragazzi. Ci si fabbrica i propri regali.

Siamo noi i soli responsabili.

E’ una dinamica disperata.
Si

Ma disperata non è una cosa triste.
La speranza con gli hurrà e i fiori sui cappelli è abominevole, è un peccato.

Qual è la speranza di Jaques Brel?
Per me Dio sono gli uomini. E un giorno lo sapranno…

E’ una forma di ottimismo!
Io sono completamente ottimista. Può sembrare bizzarro ma sono ottimista. Credo che gli esseri umani siano meravigliosi. Bisogna forse che glielo si dica.

Si dice sempre che io sia misogino. In parte perché non sono mai stato nei nightclub ma credo che le donne abbiano una parte di responsabilità.
Imparano troppo la prudenza. “Non dire niente!”, “Pensa all’avvenire”. Come possiamo pensare all’avvenire se non siamo che il nostro presente?

Siamo un incidente biologico che fa quel che può.

Bisogna sbagliare, essere imprudenti e folli. I disabili sono degli imprudenti. L’uomo non è fatto per restare in un posto. Essere imbalsamati è un errore colossale.

Credo che, attraverso la disciplina, si debba arrivare ad avere solo tentazioni relativamente nobili. Anche se è pericoloso, anche se è impossibile. Soprattutto se è impossibile.

Bisogna amare. E’ per questo che Natale è una bella festa. Non conosco feste che non siano in definitiva feste d’amore.

Ami le feste?
Non in questo senso! Amo “la festa”. Trovo che tutto sia una festa. La mano di un uomo è una festa. Penso che ritrovare qualcuno sia una festa. Anche un funerale è una festa. Si è tutti là.

Non è triste, è una festa.

Mi piace che le persone si incontrino, si riuniscano. Bisogna scegliere se dare la priorità al sogno o al proprio piccolo confort interiore. E do ancora priorità al sogno. Forse da vecchio sarà diverso…

Direi che si sogna tutto dai 10 ai 15 anni e poi si passa il resto della vita a cercare di realizzare parti di ciò che si è sognato.

Se vuoi continuare ad approfondire il tema natalizio, leggi

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Elena Bottari

Fondatrice di Psicomamme.it e giornalista pubblicista, mi interesso di psicologia e temi sociali. La creatività e le storie sono la mia passione. Mi piace scrivere di progetti interessanti che spaziano dall'editoria al teatro. Dopo la laurea in lingue e un master in comunicazione e tecnologie multimediali del Corep, ho lavorato dieci anni in un ufficio stampa. Ho due figli, troppi computer e una dolce metà alacremente impegnata a curare i siti della concorrenza.

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