Ferdinando Menga L'emergenza del futuro

L’emergenza del futuro di Ferdinando G. Menga

Il saggio di Ferdinando G. Menga, L’emergenza del futuro, mette il dito sulla piaga della responsabilità con la r maiuscola e sul concetto di futuro che, secondo la prospettiva del teologo Karl Rahner, è il misterioso opposto di ciò che siamo soliti chiamare futuro e che, invero, snaturiamo riducendolo ad un pezzo di presente attraverso la nostra anticipazione pianificatrice e conoscitrice

Il futuro non è ciò verso cui andiamo, ma ciò che a partire da esso stesso viene noi incontro. Karl Rahner

Come ci poniamo verso le generazioni future, quelle che potrebbero anche non esistere o non avere un futuro se non modifichiamo radicalmente, globalmente, volumi e metodi di produzione, se non cambiamo stili di vita e priorità? Ferdinando G. Menga ci conduce a braccetto attraverso tutte le posizioni filosofiche verso “i futuri”, attraverso ben diversi gradi di responsabilità morale.

Il report dell’IPCC parla chiaro e ci dice che molti cambiamenti climatici altamente distruttivi sono ormai irreversibili per secoli o millenni e che sono causati dall’uomo. La divulgazione in Italiano del professor Marco Giusti ci permette di riassumere i punti cruciali comprovati da questa indagine sono, futura minore capacità di assorbire CO2 da parte di oceani e terreni, stravolgimento di correnti monsoniche, aumento di eventi estremi ovunque. Per limitare il global warming dovremmo azzerare le emissioni e, smettendo ora di produrne, inizieremmo a vederne i vantaggi tra 20 anni. La vita come la conosciamo dipende dalla nostra volontà di smettere di produrre CO2, metano e altri gas climateranti. Lo scenario ad alte emissioni prevede un aumento di 10 gradi centigradi nel 2300.

Questa è la situazione che dobbiamo risolverci ad affrontare e non a subire pensando, come suggerisce Menga, alla vulnerabilità a venire. Le generazioni che saranno in futuro ci interrogano come una trascendenza laica che ci ricorda che non siamo noi presenti gli unici “aventi diritto” e l’orizzonte delle politiche o della mancanza di politiche.

Già nel 1972, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano sanciva che

L’uomo ha il diritto fondamentale alla libertà, all’uguaglianza e ad adeguate condizioni di vita, in un ambiente di qualità che permetta una vita di dignità e benessere, e ha la solenne responsabilità di proteggere e migliorare l’ambiente per le presenti e future generazioni

Garantire ai discendenti un’eredità in euro o in case non risolverà il problema di siccità, eventi catastrofici, surriscaldamento, desertificazione, perdita di biodiversità, irrespirabilità dell’aria. Proprio quando ci restano solo 7 anni per scongiurare il peggio, tra crisi energetica, pandemia, debolezza delle democrazie, abbiamo l’obbligo morale di fare la cosa giusta come se da questo dipendesse il futuro di chi non conosceremo mai perché la loro possibilità di vita è proprio nelle nostre mani, nella volontà politica di ridurre davvero, e non solo a vantaggio dei teleschermi, il peso abnorme che le azioni antropiche hanno su questo pianeta.

Paghiamo 50 anni di mani conserte in nome dell’atteggiamento, riassumibile nel motto Dopo di noi, il diluvio, pronunciato da Luigi XV.
Vale la pena citare un brano particolarmente illuminante di L’emergenza del futuro che riassume bene la rivoluzione spirituale a cui siamo chiamati.

La fine della storia – non nel senso metaforico diventato recentemente di moda, ma in un senso assolutamente letterale – è stata nel corso dell’ultimo mezzo secolo una possibilità tecnicamente realizzabile. Carlo Ginzburg

È a partire da questo dato di fatto incontrovertibile e di portata epocale che il nostro tempo si trova a confrontarsi con il compito ormai non più differibile di riprogettare in modo radicale una forma di etica e di politica tale da porsi all’altezza di una responsabilità che garantisca una vita degna di essere vissuta ai posteri (anche remoti) che abiteranno il nostro pianeta. Si tratta perciò, per dirla con la bella descrizione effettuata da Gustavo Zagrebelsky, di pensare a un cambio di direzione nel «legame tra generazioni e i debiti reciproci»: per secoli, i figli si sono considerati »debitori nei confronti dei loro padri»; oggi, i padri si devono sentire »debitori nei confronti dei figli e dei figli dei figli».

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