La buona scuola la conosciamo già

Il tasso di abbandono scolastico del 2018, nella scuola superiore, è del 24,7 per cento rispetto al totale (nel 2000 era del 36,7 per cento). Si tratta di un dato drammatico per ricadute sociali ed economiche. L’abbandono avviene anche alle scuole medie, tra un anno e l’altro e dopo l’ultimo anno, quando i ragazzi decidono di non iscriversi alle superiori. In 23.207 si perdono a questo punto del cammino.

Leggiamo spesso opinioni allarmate sul tema scuola e filippiche contro questa o quella categoria; insegnanti, genitori, studenti. Sembra in questi momenti che l’Italia non abbia un passato, che ci si ritrovi in una situazione imprevista e inspiegabile. Allora si contrappone un metodo all’altro, si piangono i mancati finanziamenti, si guarda all’estero e, purtroppo, tutto finisce qui fino alla prossima polemica.

Chi avesse voglia di scavare un po’ nel mistero della scuola italiana, scoprirebbe il fervore rivoluzionario del dopoguerra, mai incorporato veramente dall’istituzione scolastica. Oggi molti danno ragione al rigorismo della Mastrocola e alla superficialità con cui si è espressa sulle esperienze di Don Milani e di Gianni Rodari, come se fossero poi isolate, come se Mario Lodi e Bruno Munari non fossero mai esistiti e come se forze innovative come il Movimento Cooperazione Educativa 1951 fossero fenomeni folkloristici. La descrizione di una scuola colonizzata dai “freak” della pedagogia è falsa. Solo a Reggio Emilia, per la volontà dell’assessore Loris Malaguzzi, questa esperienza memorabile ed articolata si è potuta compiere pienamente, per il resto tutto era demandato ai songoli insegnanti, spesso persone con una fortissima vocazione e pronte a mettersi in gioco, in senso metaforico e letterale, per i bambini. I docenti sperimentatori di quel tempo si scontravano con colleghi spesso chiusi ad ogni nuova esperienza, legati ad una visione repressiva della scuola.

I nomi chiave per iniziare ad approfondire quest’avventura sono Giulia Notari, Francesco Tonucci, Maria Ferretti Rodari, Mariano Dolci, Maria Luisa Maria Luisa Bigiaretti. Ecco alcuni bellissimi video da guardare

Nel primo di questi contributi, Francesco Tonucci si chiede perché il Ministero della pubblica istruzione non abbia coinvolto Gianni Rodari che durante tutta la sua carriera di giornalista (scrisse per l’Unità, curò la rubrica Benelux su Paese sera, fondò e curò il giornale per ragazzi Il Pioniere) e da scrittore si è sempre occupato di scuola e bambini, tanto da iscriversi al Movimento cooperazione educativa e da presentarsi spontaneamente nelle scuole, come accaduto alla Borgata del Trullo a Roma, dove si recò per iniziare una collaborazione da cui nascerà il libro Una torta in cielo.

La soluzione ai dubbi e ai dilemmi della scuola italiana è nel suo passato e nel presente di maestre e maestri con ottime idee, come Camillo Bortolato, è nell’apertura della scuola all’arte, all’uso dei 100 linguaggi del bambino e in una scuola che non deve essere né azienda, né caserma ma occasione di sperimentazione continua capace di costruire, di ottenere risultati duraturi sia sul piano delle conoscenze, sia sul piano della crescita individuale. Intelligenze mobilitate nella continua innovazione dei modi di animare la classe con la teoria della narrazione e la fantastica, in un orizzonte ampio in cui non ci sono confini tra interessi o materie e in cui si parte dal mondo dei bambini per esplorare fenomeni che sono anche gli argomenti del programma scolastico.

Oggi si plaude alla scomparsa della politica dalla scuola, peccato che sia un impoverimento per i bambini che difficilmente si faranno un’idea di cosa siano i loro diritti, difficilmente capiranno la storia e forse non capiranno letteratura e poesia. Bruno Munari diceva che la scuola è una comunità di ricerca, Tullio De Mauro aggiungeva che la scuola è una comunità che sovverte l’ordine naturale basato sulla competizione, creando la possibilità di un ordine diverso dove tutti sono più ricchi di libertà e di vita.

Non è possibile leggere e capire il finale di Una torta in cielo, senza parlare di società e politica

Insomma, ce ne fu per tutti… e ce ne sarà per tutti, un giorno o l’altro, quando si faranno le torte al posto delle bombe

Bisogna tornare ad una visione della scuola che non neuralizzi i bambini ma che li valorizzi come esseri pensanti, creativi e capaci di correggere autonomamente gli errori. Responsabilizzare i bambini e i ragazzi non significa esimerli dall’impegno. L’insinuazione che la scuola pensata negli anni del dopoguerra fosse una scuola tanto per fare o che avrebbe dovuto essere più dura e difficile per “aiutare” meglio i più poveri, suona proprio come un’amarissima presa in giro.

Paola Mastrocola non ci dice cosa dovrebbero fare i bambini alle elementari e alle medie, prima del suo amato liceo per essere all’altezza e non farsi buttare fuori dal sistema. Non ci dice quali siano le professioni più ambite a cui si potrebbe accedere leggendo l’Iliade nella traduzione di Vincenzo Monti che molti ottimi professori additano come farraginoso e traditore del testo originario. Tradurre è riscrivere? Si studia Omero o si studia Monti?

L’Italia è maglia nera per mobilità sociale, questo è il problema dei problemi, questo è il motivo per cui chi parte svantaggiato resta svantaggiato, aldilà degli studi che farà, aldilà di tutte le conoscenze superiori che riuscirà a mettersi in testa.

Il Manuale del Pioniere di Gianni Rodari fu scomunicato dal Vaticano e le parrocchie bruciavano nei cortili i libri di Gianni Rodari. Il clima in cui avvenne la rivoluzione della scuola come comunità di ricerca aperta all’esterno fu tutt’altro che accogliente. Il cambiamento non si compì perché non fu abbracciato dal ministero e da tutti i docenti. La scuola di oggi non è la scuola del piacere che Paola Mastrocola dipinge nel libro Togliamo il disturbo e non è la scuola auspicata da Gianni Rodari o da Mario Lodi che lavoravano molto seriamente e a cui non può essere appioppata la responsabilità dell’evoluzione di questa istituzione, di riforma in riforma, di taglio in taglio e di abbandono in abbandono. A questo proposito è consigliabile la lettura del testo di Marika Vincenzi sulla necessità di riscoprire Rodari per come è stato e non come viene oggi banalizzato.

Quali erano i valori che Rodari indicava nel manuale del pioniere? Eccone alcuni: conoscenza della realtà e solidarietà.


Ho avuto la fortuna di frequentare la quarta e la quinta elementare a Bologna, nel 1985-86 con una maestra che si ispirava moltissimo al rinnovamento ispirato da Rodari e da Don Milani e non ho mai constatato che favorisse l’utile a discapito della cultura o che non ci volesse far imparare i concetti, anzi, era a suo modo un’insegnante severa ma ci dava un intervallo lungo, ci faceva coltivare piante, ci portava a teatro molto spesso e ad esplorare la città e i dintorni. Studiavamo tutte le materie ma in modo molto più interessante, ad un livello forse più che elementare.

Gianni Rodari è stato un grandissimo intellettuale, profondamente colto e capace di tradurre concetti poetici mutuati da Novalis in idee per la scuola. Ci vuole un tantino di invidia per ridurlo a improvvisatore della pedagogia o demagogo. Invito tutti a a guardare questo video che testimonia il suo impegno e la sua altissima idea di scuola.

Intorbidare le acque contando sulla scarsa memoria dei lettori e sullo stigma contro “le cose di sinistra” non fa bene alla scuola e sembra voler di nuovo ricondurre questa istituzione al modello della caserma, in tempi in cui un ministro in carica vagheggia la disciplina del soldato di leva come rinvigorente per le nuove generazioni infrollite. L’aria dei tempi è questa, la storia però è documentata e non è sempre come ce la raccontano.

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